I CITRI DEL MAR PICCOLO
di Fabio Caffio
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Il “Mar Piccolo, questo sconosciuto” potrebbe intitolarsi un nuovo libro sullo specchio acqueo che adorna la nostra Città, dopo quelli ad esso dedicati scritti da Pietro Parenzan e Michele Pastore. Ed, in effetti, noi Tarantini siamo abituati a considerare Mar Piccolo una presenza familiare ma tutto sommato secondaria, nel senso che non gli diamo eccessiva importanza, restii a solcarne le acque o a frequentarne le rive. Chi scrive non crede che la ragione di ciò stia nella sua attuale condizione ambientale o nell’impietoso giudizio del Parenzan secondo cui “noi che…percorriamo le rive del Mar Piccolo e del Galeso, non vediamo che una costa piatta e giallastra, ornata in diversi punti da pinete artificiali”. I motivi di questa situazione sembrano altri, non ultimo il fatto, di cui tante volte si è detto e discusso, che Taranto è sempre alla ricerca di una sua identità e di un suo giusto rapporto con il mare che pure tanto le ha dato. Chissà se in futuro, quando Taranto avrà risolto alcuni dei problemi che la angustiano, il Mar Piccolo sarà riscoperto. Per ora cerchiamo solo di parlarne un po’ di più, cominciando dai citri, le sorgenti d’acqua dolce d’origine carsica che sgorgano numerose e copiose dal suo fondale, il cui nome viene dal greco kutros (pentola). Il senso traslato del termine, che testimonia una continuità linguistica del dialetto tarantino con l’idioma dei colonizzatori venuti da Sparta, si comprende se si osserva un citro: l’acqua dolce salendo a pressione dalla bocca che si apre sul fondo ribolle in superficie, proprio come in una pentola sul fuoco, formando un cerchio separato dal mare circostante. Certamente i Parteni guidati da Falanto s’insediarono a Taranto anche perché il Mar Piccolo offriva loro le sue ricche risorse naturali. I pesci ed i molluschi dei mari di Taranto costituivano infatti una illimitata riserva alimentare per le popolazioni locali grazie all’ecosistema (in parte conservatosi sino ad oggi) per cui le sorgenti sottomarine di acqua dolce funzionano da regolatore della salinità e della temperatura delle acque facilitando lo sviluppo delle specie marine. Wuilleumier, autore nel 1939 dell’insuperata opera Taranto: dalle origini alla conquista romana, dice, infatti, che al tempo della Magna Grecia si contavano in Mar Piccolo novantatrè specie di pesci “tra i quali si riconosce, sulle monete antiche, il tonno, l’octopus vulgaris, il labrace, ed il serranus gigas…”. Grazie all’azione dei citri potè svilupparsi sin dall’antichità quella coltivazione delle cozze e delle ostriche che è tuttora (almeno per quel che riguarda i mitili) la principale fonte di sostentamento di centinaia di cozzaruli che operano in Mar Piccolo. Il legame tra Taranto ed i suoi citri è stato sempre molto stretto tant’è che, come ricorda Giacinto Peluso (Nei mari di Taranto, Fondazione Ammiraglio Michelagnoli, 2002, 40), essi sono anche stati cantati da Tommaso Niccolò D’Aquino nelle Delizie Tarantine: “Ivi dolce onda, oh meraviglia ! sbocca / Tra '1 salso umor, in cui sarà nutrito / L'eletto seme, e quanto più lo tocca / L'alma sorgiva.... Con questi versi che il Carducci ha tradotto da quelli latini scritti nei 1771 dal D'Aquino; è esposto con quel “dolce onda” in “salso umor”, il fenomeno dei citri, cioè una sorgente di acqua dolce in mezzo al mare. Nel commento che il Carducci fa ai versi del D'Aquino, si legge che oltre al largo contributo di acque dolci che al Mar Piccolo danno i fiumi Galeso, Rasca e Cervaro “undici altre vive sorgenti scaturiscono e scorrono. Ed è certo per questa caratteristica che intorno a queste sorgenti “pascolano i pesci, onde più che altrove vi ingrassano e acquistano un migliore sapore (…)”. Vari studiosi hanno discusso dell’origine dei citri. I loro pareri sono concordi nell’affermare che dal punto di vista geologico i citri sono l’effetto di fenomeni carsici che si verificano nell’altopiano delle Murge: le piogge si raccolgono in bacini sotterranei passando attraverso le rocce calcaree del terreno, per poi essere convogliate in gallerie a pressione sfocianti in crateri sotterranei (profondi sino a 30 mt.) che si aprono sui fondali del Mar Piccolo in prossimità del Galeso, degli ex Cantieri Tosi e nella parte orientale del II Seno. I citri sono anche quelli da cui sgorgano, in terraferma, lo stesso Galeso ed il Cervaro (anche detto fiume dei Battendieri). Un citro è il famoso grande Anello di San Cataldo un tempo chiaramente visibile dalla ringhiera nei pressi del molo S. Eligio che erogava più di 300.000 mc. al giorno. Chi si è dedicato di più all’esame dei citri, è Attilio Cerruti, non dimenticato fondatore del glorioso Istituto Talassografico (ora IAMC-CNR, Istituto dell’Ambiente Marino Costiero - Sezione di Taranto, Istituto Sperimentale Talassografico “A. Cerruti”). Nei suoi articoli (vds. ad esempio, ”Ulteriori notizie sulle sorgenti sottomarine (citri) del Mar Grande e del Mar Piccolo di Taranto e sulla loro eventuale utilizzazione”, Bollettino di Pesca, Piscicoltura e Idrobiologia, Anno XXIV, Vol III, 1, 1948, 5) si legge che “Le sorgenti sottomarine che si osservano nel Mar Grande e nel Mar Piccolo di Taranto, chiamate in dialetto « citre », « uècchje » (occhi) e da taluni « citrelli», hanno sempre attratto l'attenzione degli studiosi. del Mar Piccolo esse sono numerose ma, sebbene talune sgorghino da discrete profondità ed eroghino una notevole massa di acqua, soli tuttavia lungi dall'avere l'importanza dell'unica sorgente del Mar Grande, conosciuta col nome di « citre du mare masce (mase) » oppure di «anjèdde de San Catàvede». (…) Come potei infatti provare, di solito, durante il periodo che va dal novembre ai successivi mesi di febbraio o di marzo (a seconda delle annate), i citri forniscono acque, più calde alle fredde acque del Mar Piccolo; che di solito dal marzo al successivo novembre le acque dei citri contribuiscono - specie nei mesi si più caldi dell'anno - a raffreddare le acque a temperatura elevata del detto mare; e che, infine in novembre ed in febbraio (od in marzo) le loro acque presentano presso a poco la temperatura delle acque del Mar Piccolo. Un citro che eroghi per esempio giornalmente intorno alle 50.000 tonnellate di acqua (e parecchi ne forniscono di più) durante una calda giornata di luglio o di agosto può sottrarre al Mar Piccolo più di 180.000.000 di grandi calorie nello spazio di 24 ore (…). Il Cerruti, avvalendosi delle informazioni fornitegli da Vincenzo Murianni, un anziano pescatore con cui era in amicizia, individuò due distinti gruppi di citri, collocati rispettivamente a Nord Est del I Seno e del II Seno. Del primo gruppo fanno parte i citri denominati: 1) “du jume” o “du Galèse“ (antistante la foce del Galeso); 2) “Bracceforte”; 3) “ da Ciampa “; 4) “cascine”; 5)“di San Marco”; 6) “de le Curnelècchie (o “Cornelècchie”); 7) “Montecoròne”; 8)“de le Cupezze”; 9) “de l'Occhizzòle”; 10) “du Liopàlo” o “ Leopàlo”; 11)“ uècchie de cavalaria”; 12) “Monteguardiàne” 13)“Acìfica”; 14) C. “Aèdda” o “Àièdda”; 15) “du Citrjèdde”; 16) “Mastuèle”. Appartengono al secondo gruppo i seguenti citri, alcuni dei quali perenni: 1) “de le Copre”; 2) “Calandra”; 3) “Capecanàle”; 4)”di San Francesco”; 5) “Monteoliveto”; 6) “ di San Domenico”; 7) “ di Sant'Agostino”; 8) “mughijùse”; 9) “Masciòne”; 10)“Masciuncièlle”; 11) gruppo dei citri di “San Giorgio”; 12) “Trudde”; 13) “Generale”; 14)“Pitamònte”(…)”. Prima di morire, nel 1939, il Murianni comunicò a Cerruti la posizione di un ultimo citro da lui individuato e denominato “Cape Triònte”: la vedova del pescatore diede al Professore un foglio su cui n’era stata tracciata la posizione. Sull’effettivo numero di citri esistenti c’è da dire tuttavia che non è possibile avere certezze, poiché alcuni di loro sono attivi solo nei periodi di maggiore piovosità. Rimarchevole è che ricerche condotte nel 1970 dal CNR hanno portato alla scoperta di una vasta caverna subacquea, nei pressi degli ex Cantieri Tosi, dentro la quale sgorga l’acqua “du Citrjèdde” Chi volesse assaggiare l’acqua di un citro che sgorga in Mar Piccolo noterebbe però che essa non è del tutto dolce ma presenta consistenti tracce di salinità: la ragione sta nel fatto che l’acqua di mare si mescola con quella dolce già nel cratere sotterraneo. Nonostante questo risulti evidente, periodicamente vengono avanzate proposte per captare l’acqua dolce dei citri del Mar Piccolo sin dalle profondità del cratere e convogliarla con tubature a terra per destinarla all’irrigazione o ad usi civili. I progetti non riguardano solo Taranto per il vero ma anche altre località in cui in Mediterraneo esistono sorgenti sottomarine la più grande delle quali, alimentata dalle acque provenienti dal Monte Libano, è avanti alle coste della Siria. Del resto l’impresa francese “Nymphéa Water” ha già realizzato a Mortola, nei pressi di Ventimiglia, un impianto per la captazione delle acque di una sorgente sottomarina (vds. illustrazione tratta da I. Croizeau, “L’emergenza acqua sta toccando il fondo”, Il Venerdì di Repubblica”, 3 ottobre 2003). Non sappiamo se in futuro si riuscirà a far questo a Taranto. Personalmente non lo auspico, perché privare il Mar Piccolo di tutta l’acqua dolce proveniente dai circa trenta citri valutata in più di 1.000.000 di tonnellate giornaliere, vorrebbe dire alterarne e snaturarne irrevocabilmente le caratteristiche. E sicuramente non lo approverebbero né i cozzaruli, né i pescatori locali né, se fosse vivo, il Cerruti che a futura memoria, nel 1948, aveva già detto che “ Taranto farà sempre bene, nell'interesse della molluschicoltura, alla quale e' legato il suo nome, e della pesca, a curare gelosamente che i citri del Mar Piccolo non vengano disturbati per altre ragioni”. |
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Lettura consigliata:![]() Fabio Caffio - "Letture sul Mar Piccolo di Taranto" - Il paesaggio, la storia, la morfologia, la fauna ittica ed il regime giuridico del mare parvum attraverso le testimonianze dei viaggiatori e degli studiosi ed i documenti d'archivio © Edizioni Ink Line - 2001 |