"SALUTE MARE"

PIU' PESCE PER STARE IN FORMA
di Monica Di Dionisio - Giornalista
Con la consulenza di Eugenio Del Toma - Presidente Onorario dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica
Perché mangiare pesce?
Tra i cibi maggiormente rifiutati dai ragazzi figura certamente il pesce, dal baccalà al merluzzo: è sufficiente osservare gli scarti delle mense scolastiche. Ma perché i medici consigliano il consumo di pesce? Il pesce è considerato, a ragione, un alimento indispensabile per un’alimentazione corretta e sana. Sono molte le buone ragioni alla base di questa convinzione. Innanzitutto la carne dei pesci va considerata, per quanto riguarda il contenuto degli aminoacidi essenziali, allo stesso livello delle altre carni ma con il vantaggio di una più facile masticazione e di una migliore digeribilità, caratteristiche che favoriscono soprattutto gli anziani, i bambini o i malati. La migliore digeribilità di una trota, rispetto ad una bistecca, è una qualità di cui possono avvantaggiarsi tutti: dal lavoratore che dispone di un breve intervallo-mensa, allo sportivo che dovrebbe attendere troppe ore prima di affrontare un serio impegno muscolare.
Dal punto di vista della sua composizione proteica, quindi, il pesce non è molto diverso né certo migliore del bovino o del suino, ma oltre all’ottima digeribilità e alla più facile masticazione annovera dalla sua parte anche un più basso numero di calorie e di grassi saturi. I pesci, di mare o di acqua dolce, hanno generalmente meno grassi delle carni, ed anche le qualità meno magre, come il tonno o il pesce azzurro, hanno dei tipici grassi polinsaturi (assenti nella carni!) che influiscono sull’eccessiva “viscosità” del sangue, sulla coagulazione e sulla stessa permeabilità ed elasticità delle pareti cellulari. Attualmente, le raccomandazioni delle linee-guida dell’alimentazione di tutti i paesi concordano nell’incoraggiare il consumo del pesce, proponendo almeno due o tre pasti settimanali a base di questo alimento. Sembra che il consiglio sia stato recepito, finalmente, anche dagli italiani che in passato figuravano al gradino più basso della scala europea dei consumi, malgrado gli 8000 km di coste.
Quanto occorre mangiarne?
In genere i nutrizionisti concordano nel consigliare a tutti di mangiare pesce 2/3 volte a settimana. Nell’invecchiamento o in situazioni particolari (diete squilibrate, obesità, diabete), poi, alcuni derivati dell’acido linolenico (un acido omega 3 contenuto nel pesce, indispensabile per l’organismo) non possono più essere ricavati alla velocità e nei quantitativi ottimali. Perciò, mangiare una porzione di pesce un paio di volte a settimana può fornire anche quei derivati intermedi (i famosi omega 3) capaci di riequilibrare i rapporti fra le varie frazioni grasse del sangue e di ridurre la trigliceridemia.
Per chi ama i crostacei c’è un’ulteriore buona notizia: non saranno quei pochi grammi di colesterolo in più a rappresentare un pericolo per il cuore e le arterie, perché in assenza del vero e più pericoloso complice alimentare del colesterolo, rappresentato dagli acidi grassi saturi, il rischio è modesto. Perciò, non è indispensabile rinunciare ai crostacei e ai molluschi, pur dovendo precisare che questi alimenti non hanno i pregi del pesce azzurro o dei pesci “a trancio”.
Nel pesce azzurro, nelle trote e nel salmone è presente anche un discreto quantitativo di grassi ma, in questo caso, non pericolosi e sicuramente protettivi nei confronti della trigliceridemia e della salute del cuore. I pesci, poi, freschi o surgelati, si eguagliano sul piano igienico e nutrizionale, indipendentemente dal gusto. Quindi, non accontentiamoci di riscoprire il pesce soltanto nei ristoranti specializzati ma consumiamolo più spesso, anche a casa. E senza offendere il palato dei buongustai ricordiamoci che non esistono riserve da parte della medicina sulla validità nutrizionale del pesce surgelato, del tutto simile a quella del prodotto fresco, certamente più costoso ma non per questo meno nutriente.
E per i “non amanti” del pesce?
Spesso, per disinformazione, molti pensano al pesce come ad un piatto inevitabilmente costoso, scomodo da preparare, magari da consumarsi sporadicamente in qualche ristorante. O ancora, c’è chi non lo ama affatto. Ormai le industrie forniscono porzioni già preparate di filetti, freschi o surgelati. Non va poi dimenticato che esiste anche l’ottimo tonno in scatola, un prodotto pratico, economicamente accessibile a tutti e che si presta alla preparazione di molti piatti (per esempio una ricca insalata). Spesso rappresenta l’unica varietà di pesce che è possibile consigliare come alternativa a chi non sa apprezzare il pesce fresco o surgelato. Per chi deve sottostare a diete ipocaloriche, poi, può essere utile inserire nel proprio menu il tonno in scatola “al naturale” che contiene meno dell’1 per cento di grassi e ha dal 20 al 25 per cento di proteine. Le confezioni individuali più piccole (80 grammi) dovrebbero entrare a pieno diritto nelle più rigide diete dimagranti per le loro calorie dichiarate (meno di 80 a porzione!).
Che si intende per acquacoltura?
L’acquacoltura, ovvero gli allevamenti razionali di pesce, in acqua dolce o salmastra, è una pratica che veniva impiegata già in Cina circa 2000 anni prima di Cristo: un antico proverbio cinese diceva infatti che “se regali un pesce a un uomo lo sfami per un giorno ma se gli insegni ad allevarlo lo sfami per la vita”. Oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di impegnare molti investimenti a favore dell’acquacoltura per garantire così una maggiore disponibilità di proteine nobili, soprattutto nei paesi sottosviluppati. Ma i prodotti da acquacoltura sono molto utili anche per quei popoli che hanno problemi opposti, per esempio un eccesso calorico.
In particolare, il pesce di acquacoltura si propone per la sua freschezza, per la facilità dei controlli sanitari sugli allevamenti, per l’assenza di contaminazione con metalli pesanti, nonché per i meriti dietetici davvero eccezionali, rispetto al costo del mercato.
Quali sono i vantaggi degli allevamenti di pesce?
L’acquacoltura italiana, con i suoi prodotti naturalmente garantiti per freschezza (i fornitori non hanno problemi nel prelevare trote, spigole e orate, poche ore prima dell’invio ai mercati), ma garantiti anche dalla facilità dei controlli igienici sulle acque e sui mangimi, ha contribuito all’espansione dei consumi e presumibilmente potrà fornire dei prodotti sempre più competitivi col pescato marino. Tuttora resiste però un atteggiamento d’incertezza, che vede nei prodotti di acquacoltura un sostituto poco pregiato. La carne delle trote, come delle spigole o delle orate allevate in acquacoltura, va considerata, dal punto di vista del valore proteico, allo stesso livello di qualunque altra carne. Piena intercambiabilità, quindi, con il vantaggio di una più facile masticazione e digeribilità. Ma ci sono altri vantaggi: la fornitura giornaliera di pesce sempre fresco, assolutamente igienico, di costo competitivo con tutti i cibi proteici e di estrema praticità di uso, perché all’occorrenza già pulito e spinato dai produttori.
Per la parte grassa, i pesci di acquacoltura hanno delle modeste diversità di contenuti, rispetto agli equivalenti marini. I preziosi grassi della serie omega-3 sono quantitativamente di poco inferiori nelle trote di allevamento, rispetto alle trote pescate in acque fredde e profonde, ma non dimentichiamo che gli stessi grassi “buoni” sono praticamente assenti nelle altre carni. La sperimentazione scientifica ha ormai documentato i vantaggi di una dieta abitualmente ricca di pesce sul livello dei trigliceridi e sulla fluidità del sangue. Quando poi si parla di spigole o di orate, si aggiunge una ridotta presenza di grassi totali: lo sterminato campo delle diete ipocaloriche! Una porzione di questi pesci può contribuire alla sazietà molto più di altri cibi proteici fornendo altrettante proteine pregiate (quasi 20 g per 100 grammi) ma con una minore quantità complessiva di calorie (100-150 kcal per 100 grammi).
Quindi la moderna acquacoltura ha tutti i requisiti per avvicinare vantaggiosamente un sempre maggior numero di italiani al consumo abituale del pesce. Per la Scienza dell’alimentazione non esiste concorrenza fra i diversi alimenti proteici ma soltanto una logica dell’alternanza, dettata dalla razionalità scientifica oltre che dal gusto. Al riguardo, le trote di acquacoltura sono uno dei possibili anelli di congiunzione tra dietologia e gastronomia.
Ma è vero che il pesce è troppo caro?
Spesso si evita di acquistare pesce perché ritenuto troppo caro; d’altra parte la scelta è di solito orientata verso i pesci pregiati, come le sogliole, le orate, i rombi che non hanno prezzi troppo accessibili. È bene sapere, però, che ci sono diverse qualità di pesce, alcune delle quali hanno prezzi contenuti per il consumatore e si adattano anche a fantasiose ricette. Il pesce azzurro è un gruppo di pesci chiamati così per il colore blu del dorso e per il ventre argentato. È un pesce economico perché è presente in enorme quantità nei mari italiani. Ha un apporto di proteine elevato ed è ricco di acidi grassi insaturi che hanno un effetto benefico per i livelli di colesterolo nel sangue.
Tra i pesci azzurri più economici ci sono le alici (o acciughe che dir si voglia) e le sarde, che vivono in branchi e si spostano continuamente; in inverno si rifugiano in profondità dove l'acqua è meno fredda, mentre in estate si avvicinano alle coste. Si nutrono di plancton, che è fondamentale nella catena alimentare marina, ma allo stesso tempo è molto importante anche nella nostra alimentazione. L’alice è piccola con colori nero-azzurro e pancia argentata. È ottima cucinata al forno con il pan grattato o alla griglia. Un altro pesce economico facente parte della stessa famiglia è lo sgombro, che si nutre di crostacei e di sardine; vive in branchi e nuota ad alta velocità. Ha il dorso blu e il ventre bianco; ha carne saporita ed è ottimo sia arrosto che in umido; è meglio mangiarlo appena pescato, anche se lo si può trovare in scatola, sia “al naturale” che sott'olio, ma in quest’ultimo caso il numero delle calorie aumenta.
Anche la trota ha un prezzo molto accessibile. Di pelle azzurro-argentata con punti neri, a questa famiglia appartiene la trota salmonata, con pelle e polpa rosa, e la trota iridea, con pelle rosata ricca di sfumature colorate (da qui il nome) cosparsa di piccoli punti neri. Ha carne delicata ed è molto facile da pulire. Può essere cucinata lessa, al forno o alla griglia.
Insomma, mangiare pesce 2/3 volte a settimana non svuoterà il vostro portafogli ma vi farà guadagnare molto: in salute!


L'OLIO DI PESCE SCIORGE
di Antonio Di Comite
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. Da:
Il mio primo impatto con l'olio di “pesce sciorge” fu nel pronto soccorso del vecchio (antico!) ospedale della SS. ma Annunziata di Taranto (quello sito al centro della città, alle spalle di via d’Aquino): mi portarono, negli anni cinquanta, un bambino della città vecchia con dei segni di escoriazione della cute del capillizio biondo allo stato sanguinante: un violento e nauseabondo puzzo proveniva da quel bel bimbo, e si trattava di irrancidimento in stato avanzato.
Subito mi accorsi che il capillizio era infestato da pidocchi biondi in gran copia, ma dopo che gli avevo auscultato il torace appoggiando l'orecchio alla cute (per inciso, anch'io fui colpito da iniziale pediculosi diagnosticatami da una mia collaboratrice infermiera!).
La facile diagnosi fu implementata dalla constatazione, non solo dei pidocchi, ma anche dalla irritazione cutanea procurata dall'irrancidimento del medicamento usato al domicilio del bambino dalla applicazione, sulle lesioni da grattamento, del famigerato “olio di pesce sciorge”.
Da quella esperienza nacque la mia curiosità sulle virtù di quell’unguento “miracoloso” usato dai cataldiani del borgo antico, non solo per ottenere (ancora oggi) la guarigione delle ferite, ma addirittura per rendere meno traumatizzante la “prima notte” da sposa delle giovani (faceva parte, la bottiglietta di olio rossiccio, del corredo verginale, unitamente alla bottiglia di “vov”, marsala all'uovo, noto ricostituente mascolino).
Ancora appresi che il prezioso olio esisteva anche in versione purificata (l'olio bianco) e da assumersi per via orale, per la cura del bruciore di stomaco e altre gastropatie, unitamente all'assunzione di corpi delle “cozze patedde” dette anche “munacedde” per il loro contenuto di mucillagine protettiva delle pareti gastriche.
E ancora: notizie sul pesce sciorge le ho apprese dal mio consulente per gli usi e costumi tarantini, il sig. Mario Farina, che mi ha erudito sui pesci, non solo quello “sciorge” bensì su quello “vacca”, che ha dimensioni maggiori, ma entrambi fornitori di olio dal fegato, sottoposto, come dice giacinto peluso nel suo libro, edito dalla “Fondazione Ammiraglio Michelagnoli” di Taranto, nel 2001 dal titolo “Nei Mari di Taranto”: il metodo di estrazione è misterioso, anche se si tratta di una estrazione a caldo “segreta” (si sottopone il fegato alla ebollizione per lunghe ore e si estrae un liquido oleoso rossiccio).
Giacinto Peluso dice anche che “oggi (2001) il prodotto è introvabile”, ma siamo in grado di affermare che l'olio di “pesce sciorge” si è sempre prodotto e venduto o regalato da privati; a questo proposito il mio amico Mario Farina mi ha riferito, qualche giorno addietro, che egli ne possiede una confezione in bottiglietta (ancora perfettamente conservata e utilizzata alla bisogna familiare) fornitagli da un famoso “tognarule” e “cuzzarule”, jangele a'sonnambule (per il suo aspetto facciale sognante!) che lo estraeva anche dal pesce vacca, etichettato come appartenente alla famiglia degli squali e le cui carni venivano vendute al trancio e consumate arrostite all'aperto, in quanto la carne era molto impregnata di grasso. inoltre, come mostrano le foto che corredano queste notarelle, delle quali una fornitami dal giornalista e scrittore di cose tarantine Nicola Caputo e l'altro da me eseguita, nell'ottobre 2005, alla “marina” di Taranto vecchia, in cui si può leggere non solo il prezzo di una bottiglietta a 5 euri, bensì la traslitterazione non adeguata di quel “sciorge”, che del resto è anche una denominazione, alto-tarantina, genitalica!
La prima foto, quella di Nicola Caputo, si riferiva ad un banchetto di una spelonca della salita della “ringhiera” di Taranto vecchia, mentre la mia foto si riferisce ad un negozio di frutta e verdura ove ho potuto vedere gli esemplari rossicci, ma non l'olio di pesce sciorge “bianco”, che sarebbe stato fornito prontamente perché reperibile altrove.
”Sciorge” è sinonimo di topo o sorcio; il nome scientifico del pesce è “coelorhyncus coelorhyncus” per il pesce sorcio; per il pesce topo il nome è “hymenocephalus italicus” (entrambi appartenenti ai macruridi).
Il professor Cosimo Sebastio (cattedratico emerito della facoltà di veterinaria dell'università di bari e valentissimo promotore di cultura marina e di zoologia, specie nell'ambito protezionistico dei delfini, di prossima attuazione a Taranto) in un suo testo accademico, citato da g. peluso, classifica il primo pesce come pesce sorcio, mentre il secondo lo etichetta come pesce topino.
Veniamo alla morfologia: corpo affusolato, rastremato posteriormente a punta alla estremità codale, ricoperto di squame piccole, ruvide al tatto e dotate di spine acute; nella parte compresa tra le due pinne ventrali vi è un organo luminoso. la linea laterale abbastanza visibile segue il profilo del dorso ed è quindi quasi rettilinea. la testa è grande e ricoperta da placche ossee e da squame spinose. il muso acuto e prominente termina con un lobo spinoso (questa acuzie cefalica fa appartenere questi pesci ai “centrini”, dal greco kentros, da cui deriva il nostro “centra”, che sta per chiodo!).
Gli occhi sono grandi e prominenti, con diametro orizzontale ampio: le aperture nasali sono una anteriore all'orbita e una posteriore ed ovaliforme. la bocca è piccola: la mandibola ha un barbiglio inferiore, si incassa completamente nella mascella superiore che è protattile; i denti sono impiantati a fascia e sono piccoli e ganciuti; il palato è relativamente liscio.
Le pinne dorsali sono due, una dopo l'altra; la seconda termina all'estremità posteriore del corpo, dove termina anche la pinna anale.
il colore del dorso è grigio-cenere, i lati argentei e la regione ventrale nerastra; le pinne dorsali sono grigie bordate di nero. le pinne pettorali e ventrali sono nerastre. la regione branchiale è nera.
Il pesce “sciorge” vive anche nelle acque mediterranee (scarsamente nell'adriatico e nello jonio) a profondità fra i 200 e 1.000 metri; è lungo fino a 36 cm. le femmine sono mature a deporre le uova ad una taglia variabile fra i 19 e i 20 cm (la deposizione avviene fra dicembre e marzo). le uova provviste di goccioline oleose hanno la superficie concamerata in tante cellette esagonali tipo favo di api.
l'alimentazione del pesce “sciorge” è carnivora. si cattura con reti a strascico in quantità notevoli, ma non ha un mercato nonostante le sue carni siano delicate e commestibili, come afferma il prof. risso in una sua pubblicazione del 1810.
A Taranto il pesce “sciorge” viene etichettato anche come “puerche” e “cipodde”.
Veniamo ora alla descrizione delle proprietà dell'olio di “pesce sciorge”: come tutti gli olii di pesce è ricco di acido gadoleico che ha una funzione plastica (ossia di accrescimento cellulare) importante per la guarigione delle ferite, e quindi azione protettiva delle strutture anatomiche. inoltre è tipica l'azione di veicolo di vitamine (specie la vitamina d) e di sostanze antiossidanti. i grassi esercitano una azione antinfiammatoria inibendo l'azione delle citochiene e quella mitogena (azione di trasformazione cellulare = le mitosi) essendo quelli di pesce acidi grassi insaturi “omega 3”.
Sarebbe opportuno ampliare queste notizie facendo eseguire, dalle strutture sanitarie di controllo, adeguati accertamenti sulle caratteristiche di questo olio “miracoloso”, e di ampia diffusione nella tarantinità e non solo fra noi.
In attesa che studiosi dei lipidi approfondiscano le nostre conoscenze dobbiamo riconoscere che anche un nostro amico muratore esperto ricorre spesso all'olio di pesce sciorge per sanare le sue ferite in luogo dei presidi terapeutici “moderni”.
Alle fortune dell'olio di sorcio siamo legati non solo come cataldiani, ma anche per legami di tradizione alla nostra medicina popolare, che merita di essere sempre ricordata.

MARE & VELENI
© Da:
ALLARME WWF SU PESCESPADA AL DDT /SCHEDA
Allarme pesce spada al ddt lanciato dal Wwf e Università di Siena: su 29 campioni di pesce spada prelevati nel Mar Tirreno sono stati rilevati in tutto 15 tipi di sostanze tossiche. Per la prima volta sono stati trovati ritardanti di fiamma nel pesce spada. Ecco le informazioni chiave sulla ricerca:

PESCESPADA AL DDT, ALLARME MEDITERRANEO
È una nuova specialità offerta dal Mediterraneo: pesce spada condito con il ddt. A denunciare la presenza di inquinanti chimici in una delle prelibatezze del Mare Nostrum e' uno studio del Wwf e dell'Università' di Siena. Tra veleni vecchi e nuovi rilevati, in tutto 15 tipi di sostanze tossiche, e' stata accertata per la prima volta in 29 campioni di pesce pescati nel Tirreno la presenza di ritardanti di fiamma. Anche Legambiente poi ricorda un precedente studio, sulla presenza di diossina e Pcb in tonno e pesce spada. La nuova ricerca del Wwf ha individuato sostanze che hanno la caratteristica di degradarsi molto lentamente e di legarsi alla materia organica, accumulandosi nelle catene alimentari fino ai grandi predatori marini, come appunto il pesce spada. "Tutti gli inquinanti chimici trovati nel pesce spada sono presenti negli oggetti e arredi più comuni delle nostre case, come nei computer, nei televisori, nei tappeti, nelle tende - avverte Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia - Questo ci dà subito l'idea di quanto grave e facile sia la possibilità di contaminazione. Nei campioni analizzati -continua Candotti - per esempio, ci sono tracce di ddt, il che la dice lunga sulla persistenza di una sostanza bandita da oltre 30 anni". I veleni riscontrati nel pesce spada appartengono ai gruppi dei pesticidi organoclorurati (ddt e hcb) e dei ritardanti di fiamma bromurati (8 tipi di pbde). Perché tanto allarme? Entrambi i gruppi, spiega il Wwf, presentano proprietà di distruttori endocrini, provocano danni al sistema ormonale e alterano le funzioni neurologiche, comportamentali e riproduttive, costituendo un grosso rischio per la salute umana e per gli ecosistemi. In particolare, gli organoclorurati sono stati trovati in tutti gli esemplari di pesce spada, mentre i ritardanti di fiamma in tutti tranne uno. "Il pesce spada, come grande predatore al vertice della catena alimentare, e' un indicatore strategico del livello di contaminazione del Mediterraneo - dice Eva Alessi, consulente scientifico del Wwf Italia - Non e' azzardato dire che flora e fauna in questa regione sono sottoposte ormai ad uno stress chimico". La conferma arriva anche da un altro studio su tonni e pesce spada condotto in passato dall'Università' di Siena, citato da Legambiente, in cui sono state rilevate notevoli quantità di inquinanti come diossina e Pcb. "Tanto che si consiglia -spiega Sebastiano Venneri di Legambiente - di non superare un'assunzione settimanale superiore ai 500 g di prodotto fresco". Il Wwf di veleni ne ha già parlato in passato, nel corso della “campagna detox”, relativa a mammiferi e uccelli marini. Ad esempio, il trasferimento di organoclorurati da una mamma balena al suo primo piccolo e' pericolosa, perché il neonato risulta estremamente vulnerabile. Anche gli uccelli acquatici, come cormorani e gabbiani, non se la passano meglio, visto che devono fare i conti con gusci delle uova piu' sottili e la presenza di veleni nelle uova determina, in alcuni casi, danni allo sviluppo dei pulcini. Per questo sono importanti i controlli su questi inquinanti organici persistenti, i famigerati 'pop', che costituiscono prodotti e sottoprodotti dell'industria, si accumulano negli organismi viventi e si propagano per mezzo dell'aria e dell'acqua. Questi veleni non hanno frontiere, ma il Mediterraneo e' sicuramente più minacciato dì altri, perché e' il più grande mare semi-chiuso, circondato da Paesi a forte tasso di industrializzazione e ad elevato sviluppo agricolo. Di qui l'appello degli ambientalisti al Parlamento europeo a votare il prossimo autunno un regolamento 'Reach' forte, che riduca drasticamente l'esposizione alle sostanze chimiche dannose. Anche Silvano Focardi, rettore dell'Università' di Siena che ha guidato la ricerca, avverte: "Molto poco si sa degli effetti che inquinanti chimici di nuova generazione possono avere sull'ambiente". Mancano infatti dati sulla sicurezza delle sostanze in uso, mentre occorre identificare e mettere al bando le sostanze chimiche più pericolose sostituendole con alternative più sicure, laddove possibile.

ANGUILLE CONTAMINATE, LE PIÙ AVVELENATE NEL TEVERE
Anguille in forte declino e per di più contaminate da sostanze pericolose, come Pcb e ritardanti di fiamma bromurati. E' quanto emerge da uno studio pubblicato oggi da Greenpeace. A sorpresa il primato della contaminazione in Italia lo detiene il Tevere che, secondo quanto si legge in una nota diffusa dall'associazione ambientalista, ospita anguille fra le più contaminate d'Europa. Il rapporto reso noto oggi da Greenpeace arriva appena a due settimane dal voto al Parlamento Europeo, previsto per il 17 novembre, su REACH, la riforma della politica chimica europea. I governi europei dovranno decidere - spiega Greenpeace - se piegarsi alle lobby industriali che vorrebbero indebolire la proposta o proteggere la salute e l'ambiente dalle sostanze pericolose. I risultati emersi dal rapporto parlano chiaro: in ogni area di prelievo sono stati trovati residui di almeno un ritardante di fiamma bromurato; i livelli più alti nelle anguille del Tamigi, a cui seguono quelli del Tevere; in Olanda (Hollandsdiep) le maggiori concentrazioni di Pcb; in Irlanda occidentale, invece, i livelli più bassi di contaminanti. Minacciate dalla pesca eccessiva e dalla diminuzione degli habitat - rende noto Greenpeace - il numero delle giovani anguille che ritornano nelle acque europee dopo le migrazioni è in alcuni casi addirittura inferiore all'1% rispetto ai livelli storici e l'inquinamento può giocare un ruolo importante per il loro declino.

LE SPECIE DEI PESCI VELENOSI NON SONO 200 MA 1200
Ci sono molte più specie di pesci velenosi di quante si pensasse. Uno studio del dottor William Leo Smith, ricercatore del Museo di Storia Naturale di New York, rivoluziona la classificazione delle specie marine provviste di veleno: non sarebbero solo le 200 attualmente note, ma almeno mille in più. La passione di Smith per l'argomento deriva da una brutta esperienza personale: era un semplice studente universitario quando, cercando di recuperare un telefono finito nella spazzatura, si punse alla mano con i resti di un pesce tropicale buttati nello stesso bidone. Smith cadde a terra svenuto e si riprese solo dopo qualche minuto. L'esperienza che avrebbe spinto molti a rinunciare al proprio acquario e' stata invece la molla che ha indirizzato Smith allo studio dei pesci velenosi. Di una cosa il ricercatore americano e' sempre stato sicuro: sappiamo troppo poco sui pesci che si difendono intossicando i potenziali predatori. Nel suo studio, pubblicato sul Journal of Heredity e ripreso oggi dal New York Times, Smith ha analizzato e confrontato il Dna di 233 specie per tracciare un nuovo 'albero' che consenta di meglio stabilire le relazioni fra le famiglie di pesci. In base ai risultati così ottenuti, Smith ha previsto che le specie di pesci velenosi dovrebbero essere ben 1.200, contro le 200 sinora riconosciute. Le previsioni di Smith sono state confermate dalla dissezione di diversi esemplari di specie marine gia' note, ma mai studiate accuratamente. Le ricerche precedenti assumevano che soltanto 26 dei pesci esaminati fossero velenosi, mentre Smith ha trovato ghiandole velenifere in 61 esemplari su 102, oltre la metà. "Non sappiamo davvero niente sui pesci", e' stato il lapidario commento di Smith ai risultati della sua ricerca e sui progressi che l'ittiologia deve ancora compiere.

INSULINA DAI PESCI PER CURARE IL DIABETE
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Dalle cellule adipose delle carpe è stata ricavata un'insulina che, purificata, potrebbe essere inserita, con la tecnologia genetica, negli organismi che soffrono di diabete mellito. Questa la straordinaria scoperta realizzata nell'ambito di una ricerca finanziata dal dipartimento di biotecnologia che fa capo al Ministero della Scienza e della Tecnica indiano.
Nelle carpe, infatti, il gene responsabile della produzione dell'insulina ha dimostrato un'attività biologica maggiore rispetto a quello presente nei suini, che oggi viene utilizzato in ambito terapeutico.
Secondo i ricercatori del Bose Institute di Kolkata, questa scoperta può avviare la sperimentazione di una nuova terapia per il diabete mellito, malattia che impedisce al corpo di utilizzare il glucosio presente nel sangue, il cui livello di conseguenza aumenta enormemente. Grazie all'insulina prodotta dalle carpe, sarà disponibile una nuova fonte per il trattamento del diabete che, soltanto in India, causa circa 30 milioni di malati accertati e, secondo le stime, altrettanti cui non è ancora stato diagnosticato o di cui non si ha notizia.

ANTITUMORALI DAI PESCI VELENOSI
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Smith William, del museo di storia naturale di New York, ha contato 1200 specie di pesci velenosi conosciuti nelle acque del pianeta. Da quelli che vivono nei mari tropicali, la maggior parte, a quelli che abitano i corsi dei fiumi. Un numero rilevante che ogni anno provoca più di 50.000 casi di avvelenamento dalle conseguenze che vanno dalla "semplice" irritazione cutanea alla morte quasi istantanea.

Tuttavia non tutto il male vien per nuocere e, dal veleno dei pesci, com'è successo per i serpenti, la ricerca farmacologica avrebbe già individuato la strada per nuovi farmaci. Da quelli immunizzanti, agli analgesici, ai trattamenti antitumorali. Come per il veleno dello Scorpion fish usato per casi di tumore al cervello, ora all'esame del FDA, l'ente americano che certifica la validità dei farmaci
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