Allorché l'uomo è in mare, allorché l'uomo è in quel meraviglioso lenzuolo turchino atto a separare spazi ricolmi di luce da notti profonde di blu, l'uomo è al cospetto di due immensità: sopra cielo, sotto e dinanzi mare. Al cospetto di tali immensità l'uomo dovrebbe sentirsi piccino, minuscolo come un vermetto; invece è proprio al cospetto di tali immensità che egli può cercare la più grossa misura d'uomo che sia mai stata presa, forse perché al cospetto di tali immensità balza fuori la grossa taglia del marinaio. Anche in ciò il merito è del mare; del mare che come riesce a scolpire, a modellare gli scogli della costa, riesce a plasmare il corpo, la mente, il cuore dell'uomo. Essere marinaio, prescinde dall'esercitare un mestiere o una professione, ma collima esattamente con uno stato d'animo: ed il mare lo ricambia.
Il mare insegna all'uomo ad amare ed odiare; a pregare ed a bestemmiare, a risparmiare; infatti, come dicono i vecchi marinai dell'epoca romantica delle vele, dei remi e delle stelle "soldi e sopravvento si consumano!"; pertanto bisogna usare con parsimonia sia gli uni che l'altro.
Il mare insegna all'uomo a raggiungere traguardi ambiti, bordeggiando contro vento, perché, contrariamente a quanto si può pensare, non è l'augurale "vento in poppa, marinaio!", il motto di favore, bensì "vento tra i denti, marinaio!", essendo, la lotta, formativa, anche se scomoda, per l'uomo.
Il mare insegna all'uomo a sopportare gelidi spruzzi di salmastro contro il volto e contro gli occhi, occhi che sono da imperatore, perché adusi a mostrare il coraggio d'avere paura e a perseverare nel coraggio.
Il mare insegna ancora all'uomo a conservare nel suo sale (e dacché mondo è mondo, il sale ha sempre conservato le cose deperibili) la sua carne e, nel buon sale del rischio, il suo spirito, senza il quale la vita non sarebbe più vita, ma soltanto pane cotto con il latte.
Il mare insegna all'uomo la carità, quella vera, quella giusta, quella che spinge un essere vivente a correre in soccorso di un'altra creatura in difficoltà, anche a costo di gravi rischi personali.
Degno di menzione un episodio: il sommergibile Cappellini, al comando del Tenente di Vascello Todaro, nell'ultimo conflitto mondiale, operava in oceano Atlantico. Un giorno il Comandante Todaro piazzò un siluro nella chiglia di un trasporto nemico; appena si avvide che l'ultimo dei naufraghi aveva trovato posto nella scialuppa di salvataggio, con un altro siluro affondò il piroscafo e porse una misericordiosa cima di rimorchio alle lance che rimorchiò con sé per oltre 700 miglia in un oceano limpido ed ostile. Recise le cime di rimorchio a sole 20 miglia dalle Azzorre, quando i naufraghi ormai erano in salvo.
Durante il conflitto, la madre del Comandante Todaro, nel frattempo deceduto per le ferite riportate sotto mitragliamento di un aereo inglese, ricevette, tramite la Croce Rossa, una lettera inviatale dalla mamma di un superstite del naufragio; la frase di rilievo: "Dio benedica l'Italia, terra in cui ancora nascono i Santi e gli Eroi".
Il mare insegna all'uomo l'umiltà e la speranza, virtù delle quali tento di tratteggiare una immagine, scrivendo che il mare insegna all'uomo l'umiltà di dare mani di terzuolo alle vele a riva, all'approssimarsi della bufera, per agguantare alla caffa, prua al vento ed al mare, sperando così di sopravvivere alla bufera stessa.
Il mare insegna all'uomo i suoi limiti, in quanto connessi alla sua stessa natura, rendendolo però nel contempo consapevole che nel superarli, o soltanto nel tentativo di superarli, risiede un avvicinamento a quelle dimensioni d'immenso proprie del cielo e del mare, cioè delle cose di Dio!
Dicevano, i marinai antichi, ai mozzi che con loro formavano equipaggio, quando Poseidone trasformava le sue biancheggianti pecorelle in candidi destrieri spumeggianti ed imbizzarriti: "ragazzo, in piedi davanti al giudice!". Quei cinquenni, quei seienni, sentivano la virile responsabilità di sottolineare meglio una scelta, o, se non avevano nulla da fare, di elevare un pensiero a Dio, a cipiglio duro, a cipiglio asciutto.
Talvolta sopravvivevano, talvolta perivano, in ogni caso lottavano per sopravvivere o morire da vivi! Perché il mare ha la straordinaria capacità di trasformate l'uomo, nato uomo senza merito alcuno, in uomo divenuto uomo al prezzo dei più duri sacrifici!
Pertanto, a costo di incorrere in un errore grammaticale, essendo mare nome comune di cosa, si ritiene opportuno scrivere mare con la "M" maiuscola, "Mare", essendo il Mare il più grande "magister vitae" che l'uomo possa mai avere!