Il primo esperimento in Italia fu realizzato nel 1970 a Varazze (SV), mediante l’affondamento di 1300 carcasse di auto, a profondità tra 35 e 50 m. Questo esperimento non ebbe alcun supporto scientifico, né in fase di progettazione, né in fase di realizzazione. Tutto si basò su informazioni provenienti da esperienze analoghe, effettuate negli USA da pescasportivi.
L’esperienza spagnola e quella francese. Secondo l’esempio del Giappone e degli USA, il Mediterraneo ha conosciuto un certo sviluppo nella costruzione delle scogliere sommerse, con lo scopo di ottenere un accrescimento della produzione ed una migliore valorizzazione della risorsa biologica litorale, in un contesto di relativa povertà e di degrado delle popolazioni ittiche, conseguenza delle alterazioni dell’ambiente e dell’overfishing.
L’interesse per questo tipo di strutture, e per i risultati raggiunti in Giappone, si è destato negli americani, a partire dalla metà degli anni ’60, grazie alle informazioni raccolte sul posto, in occasione di sopralluoghi scientifici e professionali, affiancati dalla consultazione di rapporti amministrativi e di pubblicazioni scientifiche, per lo più redatte in giapponese perché ad uso prevalentemente interno.
Le scogliere sommerse, o barriere artificiali, sono ormai utilizzate e diffuse in tutto il mondo. Il Giappone detiene il 90% del volume totale di esse, pari a 22.500.000 m3, gli Stati Uniti sono la seconda nazione con il 5%, pari a 1.250.000 m3, mentre l’Europa con il 2% detiene 500000 m3. Il Giappone Nel settore delle scogliere sommerse, il Giappone, oltre ad essere il maggior produttore e detentore, ha alle spalle una storia ultracentenaria.

